Nei quaderni di Marguerite: un confronto tra “Il Dolore” e “Quaderni della guerra altri testi”

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Marguerite Duras
Marguerite Duras

Marguerite Duras (Saigon, 4 aprile 1914 – Parigi, 3 marzo 1996) scrive le pagine de Il dolore nell’aprile del 1945, mentre a Parigi cominciano i primi arrivi dei deportati dai campi di concentramento. Il marito di Marguerite, Robert Antelme, scrittore e intellettuale francese, aveva preso parte alla Resistenza insieme alla sorella e alla Duras.
Nel giugno 1944 era stato arrestato, deportato come prigioniero politico inizialmente a Buchenwald e poi a Dachau.
Viene arrestata anche la sorella Marie-Louise e deportata a Ravensbruck, un campo di concentramento per sole donne a nord di Berlino.
Marie-Louise morirà nel 1945 durante il viaggio di ritorno.
Il Dolore racconta l’attesa straziante di Marguerite e, infine, il ritorno di Robert.

In questo romanzo breve – le pagine sono meno di cento – Marguerite si muove, cammina, scrive, osserva, commenta.
Si muove e noi la seguiamo: il racconto si snoda tra l’appartamento in rue Saint Benoit nel quartiere di St. Germain des Prés, il Centro D’Orsay, dove arrivano i treni dei deportati e dove Marguerite raccoglie notizie per il suo giornale Libres, e l’Hotel Lutetia, che dal 1944 è stato trasformato in centro d’accoglienza. Soprattutto seguiamo il suo sguardo, lucido anche quando affoga nella sofferenza, sguardo capace di focalizzarsi su un dettaglio, su un semplice oggetto, per poi alzarsi e planare sull’Europa e su ciò che rimane del secondo conflitto mondiale.
Nel 2006 sono stati pubblicati quattro manoscritti di Marguerite Duras in un volume dal titolo Quaderni della guerra e altri testi. Tra questi, ci sono i due quaderni che costituiscono la bozza del testo che sarebbe poi diventato Il dolore. In quest’ultimi si trovano brani eliminati nella versione edita, passaggi più corposi, piccoli dettagli che a volte svelano una Marguerite molto più dura e spietata.
Tra le parti tagliate ce n’è una esemplificativa della capacità della Duras di spostare la sua attenzione dalla sfera intima della sua attesa ad uno sguardo più ampio sul mondo che la circonda, che descrive con immagini potenti e inequivocabili.
La situazione è la seguente: la Duras e D. (Dionys Mascolo, conosciuto nel ’42, anche lui coinvolto nella Resistenza) sono seduti al tavolo della cucina. Marguerite non ha fame, è divorata dall’attesa di Robert, è stanca, ha la nausea.

Ecco i due testi a confronto, quello edito e la bozza del quaderno:

Testo editoBozza del quaderno
Ci sediamo per mangiare. Subito, la voglia di vomitare ritorna. Questo pane è quello che lui non ha mangiato. La mancanza di questo pane lo ha fatto morire. Desidero che D. se ne vada. Il mio supplizio ha ancora bisogno di spazio, di vuoto. D. se ne va.Ci mettiamo a tavola. Due piatti sul tavolo di cucina. Tiro fuori il pane dalla credenza. Pane di tre giorni. “È tutto chiuso a quest’ora…”. Ci guardiamo: “Lo credo bene…” dice D. Pensiamo la stessa cosa a proposito di questo pane. Cominciamo a mangiare. Ci sediamo. Il pezzo di pane che ho in mano, lo guardo. Ho voglia di vomitare. Il pane morto. Il pane che lui non ha mangiato, la mancanza di questo pane lo ha fatto morire. Ho un groppo alla gola, non ci passerebbe un ago. Il pane, il sapore del pane che lui non ha mangiato. Fino a un mese fa nessuno sapeva, poi il mondo è stato inondato di fotografie: carnai di ossa; sono venuti alla luce carnai di ossa. Sappiamo quali fossero le loro razioni. Mentre noi mangiavamo pane, loro non ne mangiavano. Non penso neanche tanto ai tedeschi. Rasoterra, cadaveri, milioni di cadaveri. Al posto del grano, messi di cadaveri: Prendete e mangiate, questo è il mio corpo. C’è ancora chi ci crede. A Auteuil, ci credono ancora. Lotta di classi. La classe dei morti. L’unico sollievo: morti di tutto il mondo, unitevi! E tiratemi giù quello là dalla sua croce.
I cristiani, i soli che non condividono l’odio. Durante la Liberazione, quando era venuto il momento di ammazzare, loro predicavano già l’indulgenza e il perdono. Il pane del prete: Prendete e mangiate, questo è il mio corpo. Il pane del bracciante. Il pane della serva sempre-mangiato-in-cucina. “Abbiamo una domestica che mangia più della sua razione! Questa gente è spaventosa, signora mia”. Il pane guadagnato. Il pane garantito pagato dal papà capitalista all’amato rampollo che, in questo stesso momento, si interessa alla guerra. Il pane terroso del partigiano sovietico, con tutte le sue storie intorno, il pane, semplicemente, del paese della Rivoluzione. Guardo il mio pane: “Non ho fame”. D. smette di mangiare: “Se tu non mangi, non mangio neanch’io”. Sgranocchio qualcosa affinché lui mangi. Prima di andarsene, mi dice: “Promettimi di…”. Prometto. Quando ha detto: “Devo tornare a casa”, avrei voluto che l’avesse già fatto – che se ne fosse già andato e che non dovessi richiudere la porta.

A volte, nel testo, questi passaggi sono graduali, altre volte invece le immagini di Robert agonizzante in un punto imprecisato della Germania, o la certezza della sua stessa morte, arrivano come flash improvvisi, come fulmini che colpiscono Marguerite. Il dolore, in lei, è una condizione ineludibile.

Nel romanzo, quindi, il pubblico e il privato si intrecciano durante quell’attesa, che è “l’attesa di sempre, l’antica attesa delle donne in tutti i paesi del mondo: che gli uomini tornino dalla guerra“.

Ginetta, Marguerite, Robert
Ginetta Varisco, Marguerite Duras e Robert d’Anthelme

In questi stessi quaderni, la Duras dedica moltissime pagine alle vacanze del 1946, la prima estate di pace che trascorre al mare, in Italia. Con lei ci sono Robert, Dionys (che ora è, ufficialmente, il compagno di Marguerite), Elio Vittorini e Ginetta Varisco, compagna di Vittorini. Proprio in questi giorni, tra la Liguria e la Toscana, Robert comincia a scrivere La specie umana, libro in cui racconta l’esperienza della deportazione.
Scritto il libro Robert Antelme non parlerà mai più dei campi di concentramento. Di quei giorni al mare troviamo dei riferimenti anche nel Dolore, nella parte finale, ma nel quaderno Marguerite ne parla più ampiamente.

Quella che si legge è una dichiarazione d’amore verso Robert, un affetto incondizionato, un legame che va oltre le scelte di vita della stessa Marguerite. Ciò viene testimoniato dalle parole che la scrittrice sceglie per lui, nonostante sia passato un anno dal ritorno di Robert da Dachau, e il suo sguardo continua ad essere pieno di tenerezza, ammirazione e amore.

“Era curioso di tutto. Dionys gli leggeva “L’Humanité”. Ci domandava se stavamo bene. Non sapeva che stava morendo. Era felice. Non sentiva la febbre, diceva: “Mi sento più forte”, ed era la febbre, moriva di febbre, e quando cercava di sollevare il cucchiaino per per mettersi in bocca la farinata, la sua mano non reggeva il peso. Perfino la coperta gli sembrava troppo pesante, diceva che gli faceva male. E adesso, eccolo lì a divertirsi sulla spiaggia, nel sole. È in Italia, proprio così, prende il sole, gioca a pallone, è comunista, parla con Elio e Dionys della giustificazione marxista del turismo in epoca rivoluzionaria. Proprio così, mangia pastasciutta, beve Chianti, si arrampica a San Marcello come pochi. Solo io e Dionys sappiamo queste cose, quello che fa, gli altri no, e lui ancor meno degli altri. A vederlo muoversi, io e Dionys vivevamo un riepilogo costante, e ci divertivamo un mondo senza farci accorgere da lui. E benché le cose non andassero molto bene tra Dionys e me, su questo punto la nostra complicità era perfetta. Ci sbellicavamo dalle risa con l’aria di dire: “Visto? Gliel’abbiamo fatta!”.

 

“[…] quando Robert è tornato dalla Germania. Lo guardavo e mi sentivo appagata. Mangiava una cotoletta di montone e dopo ne succhiava l’osso, a occhi bassi, unicamente attento a non lasciarvi la minima particella di carne. Dopodiché mangiava una seconda cotoletta e quindi una terza, senza alzare gli occhi. […] Tornava da molto molto lontano, da dove di solito non si torna mai. E poi, sapete, dietro a lui c’era un abisso di dolore, c’era la morte, e lui ne usciva fuori, era evidente, si liberava della morte, stava aggrappato all’osso della sua cotoletta come un naufrago a un relitto, non osava ancora mollarlo, non ancora, in quei primi tempi non lasciava perdere una briciola di pane. Io lo guardavo, tutti facevano altrettanto, anche uno sconosciuto lo avrebbe guardato perchè si trattava di uno spettacolo indimenticabile, quello della vita cieca. Quello della vita schernita, schiacciata, umiliata, e sulla quale si è sputato, ci si è accaniti, certi che fosse colpita a morte fino alla radice, ed ecco che nello spessore più profondo del corpo un filo di vita continuava invece a scorrere, l’albero disseccato non è morto, alla sua base spunta un germoglio. E si ricomincia. E il segno che la vita ricomincia è la fame, più che la fame il divorare ostinato, cieco, quello del neonato al seno. Se ci penso bene, credo che niente, nell’ambito della bellezza e della forza, mi abbia sconvolta come vedere Robert mangiare per la prima volta tre settimane dopo il suo ritorno.[…] Tutte queste cose mi hanno segnata e questa mattina, al risveglio, erano schiaccianti, non che ci abbia pensato direttamente ma erano lì, occupavano la mia mente – come i mobili della mia camera l’arredano senza che io li veda ogni momento, quelle cose sono lì, profondamente. Non posso pensare che non siano, ci sono. È la mia vita; è ciò che non posso spartire né sottrarre.”


Ieri, per una serie di motivi, ci siamo ritrovati a provare all’aperto, in un angolo dei giardini vicino al Querceto.
Abbiamo appoggiato le nostre cose su un muretto che formava una sorta di semicerchio.
Nel mezzo, Francesca ha iniziato a provare, a ripetere il testo. Ripercorreva i movimenti dello spettacolo spostandosi nel prato, allontanandosi un poco dal muretto dove eravamo sedute io e Silvia. Alessandro la seguiva, le stava davanti, anche lui sul prato. Quando Francesca arrivava ad una certa distanza dal muretto, la sua voce a volte si perdeva un po’, le parole arrivavano a tratti. Io tendevo le orecchie, gli occhi sul copione.

E’ arrivata una grossa nuvola nera. “Tra dieci secondi piove”.
Sul muretto, poco distante da me, c’era il telefono di scena, uno di quelli neri con i tasti grossi e ingialliti, modello anni ’40. Era isolato rispetto al resto dei nostri oggetti. Se ne stava da solo, tra i mattoni rossi del muretto e l’erba verde, alta. Sono stata un po’ a guardarlo. Intanto Francesca continuava a provare. Ad un certo punto, per un secondo, ho pensato che tutto poteva essere perfetto. Un telefono lì, in mezzo all’erba, nell’aria le parole di Marguerite che arrivavano quasi a fatica, a ondate, e un cielo nero che minacciava pioggia.

M.


Testi citati:
Il dolore, Marguerite Duras, Feltrinelli, 2004
Quaderni della guerra e altri testi, Marguerite Duras, Feltrinelli, 2008
La specie umana, Robert Antelme, Einaudi, 1997


Di quell'amore - 20 Giugno 2016

 

Di quell’amore

da “Il Dolore” di Marguerite Duras
20 Giugno 2016 ore 21.15

Chiostro della Pieve di S. Martino, piazza della Chiesa 83 – Sesto F.no

info e prenotazioni: 347 3543689 | bottegainstabile@gmail.com

Maggiori informazioni sullo spettacolo

A causa delle condizioni metereologiche incerte
lo spettacolo si svolgerà presso il Teatro S.Martino

(piazza della Chiesa 77 – Sesto F.no)

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Diremare Teatro è un'associazione culturale attiva sul territorio fiorentino, impegnata fin dalla sua costituzione in un percorso teatrale incentrato sulla memoria storica e attività di formazione per bambini, ragazzi e adulti.

One Response

  1. Simona Merlino
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    Analisi interessante!

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